Colonne di granito di palazzo Farnese sorreggono la Madonna di piazza Duomo e la Lupa capitolina di barriera Roma

Pubblichiamo un estratto delle relazioni (le più inerenti al nostro territorio) che formeranno gli atti del simposio culturale che ha celebrato il 460esimo anniversario dell’inizio della costruzione del palazzo della storica casata e il 25esimo anniversario della fondazione Istituto Araldico Genealogico Italiano

La storia della dinastia Farnese è stata al centro del convegno di livello internazionale che ha portato a Palazzo Farnese nella Sala dedicata al duca Pier Luigi, relatori di rilevante profilo che hanno rinverdito il forte legame della città di Piacenza con il palazzo simbolo della dinastia farnesiana, divenuto oggi centro propulsore della vita culturale piacentina.  La giornata di studi progettata e condotta dalla dottoressa Antonella Gigli, Direttore Musei Civici di Palazzo Farnese, per conto del Comune di Piacenza e dal prof. Marco Horak per conto dell’Istituto Araldico Genealogico Italiano ha offerto l’occasione di ascoltare conversazioni su studi passati e recenti sulla dinastia Farnese.

La cortesia degli organizzatori e dei relatori ci consente di far seguire alla nostra cronaca dell’evento (che potete leggere qui https://www.ilpiacenza.it/cultura/celebrati-i-farnese-con-un-convegno-a-460-anni-dall-inizio-di-costruzione-della-loro-dimora.html) un estratto delle relazioni (le più inerenti al nostro territorio), che formeranno gli atti del simposio culturale che ha celebrato il 460esimo anniversario dell’inizio della costruzione del palazzo della storica casata e il 25esimo anniversario della fondazione Istituto Araldico Genealogico Italiano.

VICENDE E CURIOSITÀ LEGATE AL PALAZZO FARNESE DI PIACENZA E AI SUOI ARTEFICI

Di GIORGIO EREMO

Il 27 settembre 1556 Filippo II concede effettivamente Piacenza al Duca Ottavio Farnese. Nella lettera scritta il giorno stesso da Gand il Re avverte i piacentini dell'avvenimento “di cui vi darà ben largo conto il Reverendissimo Cardinal di Trento nostro Governatore di Milano per mezzo del quale siamo venuti a dimettere la istessa Città al Duca Ottavio – riservandoci però il castello – perché così ha ricercato il bene pubblico che sempre abbiamo anteposto al nostro interesse particolare ecc.”.

Lo stesso giorno il Re ha pure spedito il documento occorrente perché il Cardinale Madrucci, Vescovo e Principe di Trento Bressanone – Regio Governatore dello Stato di Milano – possa procedere alla solenne funzione della presa di possesso.

Il Cardinale si porterà a Piacenza nella seconda quindicina del prossimo ottobre. Intanto si toglieranno le inscrizioni offensive per Casa Farnese che eran state poste dopo l'uccisione del primo Duca nel 1547.

Al proposito siamo a conoscenza dell'esistenza di una grande lastra di pietra che, almeno sino agli anni '50-'60 del secolo scorso, era collocata appena sopra al collarino del pilastro d'angolo di Palazzo Gotico, quasi di fronte al monumento equestre a Ranuccio Farnese, della quale oggi non restano che le quattro grosse grappe che la sorreggevano.

La lapide riportava scolpita la seguente iscrizione latina: “LIBERATA PER OPTIMOS CIVES PATRIA / ET CAESARI RESTITUTA / X SEPTEMBRIS MDXLVII” [Liberata la Patria per mezzo degli ottimi cittadini e restituita all'Imperatore il 10 di settembre 1547].

E' fin troppo chiaro che essa facesse riferimento alla congiura costata la vita al primo duca di casa Farnese, Pier Luigi, che quel giorno venne crudelmente accoltellato subito dopo il pranzo dalla mano del conte Giovanni Anguissola, spalleggiato da due sicari.

Di lì a poco verrà scolpita ed esposta sulla facciata del Gotico la lapide in questione che nove anni più tardi, con il ritorno dei Farnese, verrà “prudentemente” rovesciata ma lasciata al suo posto. Sappiamo infatti, come ha scritto Emilio Malchiodi,  che il Consiglio della Comunità si affrettò affinché “le lettere laudative incise nel 1547 sulla lastra in odio ai Farnese venissero tolte di mezzo”, incaricando l'architetto Giulio Dicomono di provvedervi con immediatezza.

Molto probabilmente – visti i tempi – si pensava di poterla presto riutilizzare. Invece il dominio farnesiano questa volta si protrarrà a lungo e la lapide non sarà più rivoltata ed aderendo alla facciata del Palazzo Comunale finì per essere salvata e conservata.

Purtroppo, persasi memoria del suo contenuto, verso la fine degli anni sessanta o agli inizi degli anni settanta presentandosi il suo fronte completamente privo di scritte o di altre raffigurazioni pare si optasse per toglierla di mezzo nel modo più pratico, riducendola in frantumi.

Sarebbe stato emozionante poterla rivoltare a più di quattro secoli di distanza ma ancora una volta la “leggerezza” umana ha avuto il sopravvento.

Un'altra curiosità fa riferimento all'11 dicembre 1558 allorché, assenti i Duchi, avvenne la posa della prima pietra di Palazzo Farnese (benedetta dal Vescovo di Piacenza) “nell'angolo fra oriente e settentrione insieme a due ampolle di cui una piena di olio, l'altra di vino”. Sulla pietra erano effigiati i volti del duca Ottavio, della duchessa Margherita e del figlio Alessandro.

Nel 1803, dopo l'arrivo delle truppe napoleoniche, a furor di popolo gli appartamenti ducali furono spogliati di buona parte degli intagli, degli stucchi (quelli raggiungibili), dei marmi, delle porte, degli ornamenti delle finestre; vennero persino raschiate le dorature e tolte moltissime ferramenta. A completare l'opera di quello che fu un vero e proprio saccheggio ci pensò alcuni anni dopo Lotario Tomba che negli ultimi decenni del Settecento era stato assunto come ingegnere della Comunità piacentina e in tale veste nel 1808-1810 diresse i lavori di adattamento a caserma e a carcere del Palazzo Farnese. Purtroppo il Tomba – come ha scritto Giorgio Fiori – fece man bassa di tutti gli ornamenti rimasti del Palazzo (marmi, camini, balaustre, ecc.) cosicché il Comune si rifiutò di pagargli alcune somme da lui pretese, asserendo che doveva ritenersi già soddisfatto con le indebite appropriazioni. In pratica dall'ottocentesco saccheggio si salvarono soltanto gli artistici paracamini di legno intagliati e dorati.

Per farci un'idea di quella che doveva essere la monumentalità delle cornici marmoree che adornavano il vano focolare dei camini delle stanze ducali si veda la tavola XXXVI della “Regola dei 5 ordini d'Architettura” di Jacopo Barozzi da Vignola, che raffigura appunto un sontuoso camino scolpito recante al centro dell'architrave la scritta “RANUTIUS / FARN. CARD.” e in calce all'originale l'annotazione “Questo Camino è in opera, fatto di mischio di varij colori, nella Camera dove dorme l'Illustrissimo e Reverendissimo Cardinale S.to Angelo nel suo Palazzo in Roma”.

Si fa presente per pura curiosità che il suddetto trattato d'architettura vide la luce la prima volta nel 1562: il 12 giugno di quell'anno Giacinto Vignola, figlio di Jacopo (il celebre architetto), mandò il libro del padre ad Ottavio Farnese, duca di Parma e Piacenza, al quale era dedicato. Il volume, composto d'una breve introduzione e di poco più di 40 tavole, era destinato ad una fortuna senza precedenti nella storia dell'architettura trattatistica.

La tavola XXXVI poc'anzi presa in esame, unitamente a tante altre, è possibile che fosse conservata a Piacenza nell'archivio del Duca e che in seguito alle disastrose vicende cui il Palazzo andò soggetto fossero tutte finite presso collezionisti privati o presso qualche famiglia nobile piacentina ed infine su di una bancarella di libri usati in Piazza Duomo, dove un sacerdote – don Giovanni Dallanegra di Cortemaggiore – insegnante di architettura al seminario locale, agli inizi del Novecento le comprò per poche lire insieme ad alcuni volumetti del celebre trattato del Vignola che distribuì ai suoi studenti, mentre le tavole le tenne per sé. Esse rimasero nella sua biblioteca per circa mezzo secolo finché venne l'occasione di rispolverarle dall'oblio cui erano destinate e di mostrarle al professor Antonio Terzaghi, negli anni Cinquanta sovrintendente ai monumenti di Parma e Piacenza, che le confrontò con i disegni del progetto originale di Palazzo Farnese da lui da poco ritrovati. Il Terzaghi si convinse, per conclusioni d'indole calligrafica, stilistica, grafica, cartacea che potevano considerarsi fatti dallo stesso Vignola contemporaneamente ai disegni del Palazzo Farnese.

Dopo questa divagazione architettonica torniamo alle pietre lavorate e disperse, ricordando che nel 1862 una delle grandi colonne di granito rimaste nel cortile del Palazzo venne portata in Piazza Duomo e utilizzata come supporto della statua di Maria Immacolata.

Negli anni Trenta del secolo successivo altre due colonne simili alla precedente furono adoperate per la costruzione del monumento alla Lupa capitolina, eretto in piazzale Roma. 

L'ultima curiosità che si vuol presentare riguarda i monumenti equestri ai duchi Ranuccio ed Alessandro Farnese. Infatti chi osserva gli zoccoli dei loro destrieri noterà che i chiodi che saldano i ferri agli zoccoli non sono infissi dalla base, come avviene normalmente, ma dalla parte superiore della grande unghia, dando luogo ad una presa molto precaria. Non mancarono critiche allo scultore finché qualcuno giunse alla conclusione che il Mochi, essendo molto religioso, non potendo accettare la perfezione delle sue sculture, perché di perfetto c'è solo Dio, ricorse a quell'anomalia per risolvere il problema.

La soluzione del problema dei chiodi infissi in quel modo risulta invece assai semplice e logica se si considera che quando un Duca entrava per la “prima volta” come tale in Piacenza i “ferri” del suo cavallo erano d'argento e fermati in modo da facilitarne il distacco e ciò al fine di far accorrere migliaia di persone al solenne ingresso, desiderose di impossessarsi dell'oggetto che costituiva una vera fortuna.  

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