Gherardo Colombo in Cattolica: «La dignità dei carcerati va tutelata»

L’ex magistrato del pool di Mani Pulite all’Università Cattolica ha incontrato gli studenti dell’ateneo per presentare il libro “La tua giustizia non è la mia”, scritto con Piercamillo Davigo

Gherardo Colombo

Gherardo Colombo, uno dei magistrati del pool di Mani Pulite, presso l’Università Cattolica ha incontrato gli studenti dell’ateneo (e anche delle superiori). L’occasione è stata la presentazione del libro “La tua giustizia non è la mia”,  scritto a quattro mani insieme a Piercamillo Davigo. Si tratta di un dialogo in perenne disaccordo tra i due sui temi caldi della giustizia di oggi: carcere, senso della giustizia, intercettazioni telefoniche, recupero dei condannati.  «Ho fatto per 33 anni il magistrato – ha raccontato la sua storia Colombo -. Mi sono occupato di ampie inchieste come l’omicidio di Ambrosoli e la P2, fondi neri e soprattutto Mani Pulite. Tangentopoli ha significato per me tredici anni di lavoro: è un’inchiesta che ha coinvolto 5mila persone, una dozzina di ministri, un centinaio di parlamentari, 150 finanzieri, poi imprenditori, sindaci, ecc. In quel periodo la mia idea di giustizia è cambiata molto rispetto a quando mi sono laureato». L’ex pm espone così le sue riflessioni. «Il 70% dei carcerati – ha precisato - ricommette un reato, una volta scontata la pena. La Costituzione avrebbe però un’idea ben diversa: la pena si pensa che serva per riportare sulla retta via una persona, invece i fatti ci dimostrano che non è così. Io ho cambiato opinione durante la mia carriera professionale. La giustizia, in un Paese come il nostro, oggi, dovrebbe essere riparazione, recupero, inclusione. Invece normalmente significa separazione, esclusione, abbandono. Chi va condannato va comunque rispettato, la sua dignità va conservata. E invece in Italia succede il contrario: chi commette il reato, secondo la gente, va maltrattato, deve soffrire tra le sbarre. La giustizia non può essere vendetta, deve essere reintroduzione nella società dopo la pena. Chi è pericoloso per la società deve stare da un’altra parte, ma ci deve stare fino a che è pericoloso». 

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