Agricoltura e finanziamenti: «In collina e montagna pascoli dove condurre gli allevamenti a “linea vacca-vitello”»

Cosa funziona e cosa no nell’agricoltura piacentina: l’analisi del settore di Giampaolo Maloberti, presidente del consorzio di allevatori e macellai “La Carne Che Piace” ed ex leader dei "Cobas del latte"

Giampaolo Maloberti

«L’agricoltura piacentina si trova di fronte a un bivio epocale. Ed è ora che anche la politica piacentina se ne accorga». A dirlo è Giampaolo Maloberti, operatore del settore agricolo e zootecnico, presidente del consorzio di allevatori e macellai “La Carne Che Piace”, ex leader dei "Cobas del latte" e già dirigente provinciale della Lega Nord. «Il pomodoro, che da trent’anni costituisce il volano della maggior parte delle aziende agricole di pianura, ha il fiato corto - analizza anzitutto Maloberti -. Il prezzo del prodotto non è remunerativo. A peggiorare il quadro ci pensano l’insorgenza di nuovi parassiti, come il ragnetto rosso difficilmente controllabile con i prodotti antiparassitari oggi in uso, e la stanchezza dei nostri terreni non più soggetti a rotazione e ad apporto di sostanza organica come ai tempi dei nostri padri». Da qui, Maloberti prova a mettere in campo alcune «soluzioni alternative». «Servirebbe un’etichettatura della pasta in cui viene indicata chiaramente la provenienza del grano duro, che spesso viene importato da Paesi stranieri con poche garanzie qualitative. Senza entrare nel merito della cancerogenicità del glifosate, che ormai è diventata una discussione simile al tifo da stadio, esorto semplicemente ad aiutare il consumatore a sapere se mangia pasta prodotta con grano duro italiano, pertanto senza glifosate, o con grano duro canadese con glifosate».

Maloberti passa poi ad altri esempi. «L’ulivo sulle nostre colline non giova di un habitat ideale, mentre il nocciolo sì. Meglio perciò non gettare i soldi pubblici in progetti di coltivazione strampalati, puntando bensì sulla concretezza. Inoltre, i biogas alimentati col mais provocano un problema d’irrigazione, al di là della questione etica: utilizziamo il nostro mais per alimentare impianti energetici e mangiamo il mais proveniente dal resto del mondo. Nelle nostre zone, infatti, si irriga in maggioranza con impianti a pioggia, impiegando l’acqua da pozzi profondi anche duecento metri. Bene, invece, gli impianti a biogas che vengono alimentati solo con le deiezioni animali». Un altro capitolo da non sottovalutare è quello dell’agricoltura di montagna. «In questo periodo ho visitato numerose aziende agricole delle colline e montagne piacentine. Sono particolarmente fiero che una quindicina di produttori “ad alta quota” si siano convenzionati al nostro consorzio “La Carne Che Piace”.  Ciò è avvenuto grazie al nostro legame intrinseco con il territorio: gli operatori hanno capito la coerenza tra ciò che affermiamo di essere e quello che realmente siamo - continua Maloberti -. Stiamo fortunatamente assistendo al fenomeno del ritorno di qualche giovane nelle aziende agricole in montagna, che significa combattere lo spopolamento, mantenere puliti i pascoli, controllare i corsi d'acqua, con risvolti di valore sociale, ambientale e patrimoniale. Non dobbiamo e non possiamo deludere queste realtà produttive in cui i giovani giornalmente devono compiere delle scelte. Le istituzioni non possono elargire finanziamenti vincolati all’allevamento di razze autoctone magari a duplice attitudine, che oggi il mercato non è in grado di assorbire. È giusto, invece, pensare di trasformare i nostri terreni di collina e montagna in pascoli dove condurre gli allevamenti a “linea vacca-vitello”. I nostri padri e i nostri nonni, che vivevano in un mondo dove c'era bisogno di produrre per mangiare, non avevano certamente questo tipo di problematiche. Oggi i produttori agricoli devono confrontarsi con consumatori che sono disposti a riconoscere un "premium price" a prodotti che abbiano caratteristiche non solo organolettiche ma anche di salubrità e di sicurezza alimentare e che dimostrino il legame con il territorio piacentino».

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