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«Adriano non ha ucciso il padre. E' stato costretto ad addossarsi la colpa»

Colpo di scena in corte di Assise a Piacenza dove si celebra il processo per il delitto di Francesco Casella, l'agricoltore ucciso a Sariano di Gropparello: la testimonianza della madre dell'imputato lo scagionerebbe dall'accusa di omicidio

Un'immagine di una delle udienze passate

«Non ha ucciso suo padre, Francesco Casella, ma è stato costretto ad addossarsi la colpa perché alcuni stranieri avevano minacciato di morte lui e i familiari compresa la nipotina di 8 anni. Il giorno del delitto Adriano venne portato nella stalla da due stranieri, costretto a sparare un colpo con la pistola per lasciare le impronte sull’arma».
E’, in sintesi, quanto ha detto la madre di Adriano Casella, processato con l’accusa di omicidio (la sorella Isabella è accusata di occultamento di cadavere) sentita oggi 28 ottobre nell’aula della Corte d’assise. Alla donna, questa nuova situazione sarebbe stata riferita dal figlio durante un colloquio in carcere. Intanto, in un mese, la donna di cui si era innamorato Suada Zilyfi - e per la quale avrebbe ucciso il padre, Francesco - gli aveva «spillato» 109mila euro manipolandolo e facendogli credere che con il denaro si sarebbe riscattata da una banda di albanesi che la costringeva a prostituirsi. Lo ha detto una prostituta siciliana sentita come testimone. Zilify era stata chiamata a testimoniare, ma si è avvalsa della facoltà di non rispondere, in quanto testimone in reato connesso. Dall’altro lato, invece, molto più drammatico, c’è il racconto della madre che ha deposto in aula vedendo il proprio figlio nella gabbia riservata agli imputati. Una donna che ha ricordato, spesso tra le lacrime, gli ultimi giorni prima della scomparsa del marito e quelli seguenti all’arresto del figlio e al ritrovamento del cadavere. Ma anche una donna alla quale i pm hanno più volte contestato le dichiarazioni che non corrispondevano a quanto detto mesi fa ai carabinieri.

Il colpo di scena si è materializzato nel processo quando la Corte, presieduta da Italo Ghitti con a latere Maurizio Boselli, ha ascoltato la vedova Casella, Maria Russo.

LA MADRE Toccante la deposizione a partire dall’ingresso in aula, quando madre e figlio si sono scambiati una lunga occhiata, per poi commuoversi entrambi. La donna ha raccontato di come il figlio fosse un gran lavoratore e delle donne che aveva avuto in precedenza, con le quale aveva progettato un matrimonio poi sempre sfumato. Le cose precipitano tre mesi prima del fatidico 7 luglio 2013, quando il papà sarebbe stato ucciso, nella sua casa di Sariano di Gropparello, con un colpo alla testa sparato da una pistola abbattibuoi. Le richieste di denaro si erano fatte asfissianti per tutta la famiglia e lo stesso Adriano avrebbe acceso più prestiti con le banche, arrivando anche a sottrarre di nascosto del denaro che il padre teneva in casa e addirittura un piccolo tesoretto della nipotina. Dopo Pasqua del 2013, Adriano avrebbe cominciato a chiedere soldi per una donna. In breve tempo dai genitori riesce ad avere, con scuse più o meno credibili dalla malattia alla ristrutturazione di un appartamento, oltre 50mila euro.  «ma non mi ha mai detto – ha affermato la madre – a che cosa servissero». Il marito poi non avrebbe voluto vendere gli attrezzi agricoli, ma il figlio disse che alcuni erano intestati a lui e poi con un raggiro riuscì a farli vedere al commerciante che poi li acquistò per 22.500 euro.

E qui è cominciato il lungo interrogatorio con le contestazioni dei pm Antonio Colonna e Ornella Chicca, nel quale il giudice Ghitti ha avuto una parte prendendo in mano il processo e cercando di chiarire alla donna che qualcosa non andava. Uno dei punti principali riguarda la domenica 7 luglio, quella in cui morì Francesco. La donna disse, però, ai carabinieri che il commerciante venne a vedere i mezzi sabato sera, cioè il 6. Maria Russo racconta che la domenica mattina presto partirono tutti per il mercato di Carpaneto alle 8, dove li aspettava il figlio, per tornare a casa sua solo martedì dopo aver dormito per due notti a Fiorenzuola nella casa di Adriano. E la stessa Maria, nel verbale dei carabinieri, confermò che lunedì trascorsero tutti insieme a casa, quando invece in aula ha ricordato quei due lunghi giorni a Fiorenzuola. Inoltre, la madre di Adriano ha risposto alle domande di Ghitti dicendo di non aver mai visto. Ghitti ha letto pubblicamente i colloqui registrati tra Adriano e la madre e la deposizione della donna albanese, che hanno riportato un’altra storia.

SUADA Suada, assistita dal suo legale Luca Curatti, non ha risposto, come le concede la legge, alle domande dei pm. Il presidente Ghitti, però, interrogando la madre a un certo punto ha letto il verbale dei carabinieri dove Suada aveva raccontato di aver trascorso la notte tra sabato e domenica a casa di Adriano e di aver fatto colazione con tutta la famiglia domenica mattina. Inoltre, da una intercettazione in carcere era emerso che la madre disse al figlio che se quella «si fosse ripresentata l’avrebbe presa a padellate». La donna ha tenuto la posizione ripetendo la propria versione e dicendo che alcune persone avevano mentito o lei non era stata capita.

LE MINACCE Alla fine vengono in superficie anche i colloqui in carcere tra madre e figlio. Il figlio, in una lettera di agosto, aveva scritto alla madre di essere minacciato e di temere per la sua vita e quella della sua famiglia. Adriano dice alla mamma di andare dai carabinieri, cose che lei ha fatto denunciando tutto. In seguito, Adriano denuncerà anche una violenza sessuale. Tutti elementi che hanno fatto aprire alla procura un altro fascicolo che vede indagati alcuni albanesi.

Emerge così anche che Adriano ha più volte cambiato versione con la madre e dopo averle detto di essere stato a lui a uccidere il padre - confessione resa ai carabinieri - in seguito le ha detto cose diverse, negando di essere lui l’assassino. Alla madre, Adriano non avrebbe mai raccontato di aver sparato e di aver nascosto il corpo. Alla fine, Adriano in un colloquio le disse che due uomini «di colore», cioè stranieri, lo avevano portato nella stalle e gli avevano fatto sparare un colpo con la pistola abbattibuoi. Un modo per fargli lasciare le impronte sull’arma.

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