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Parlano i volontari

«Qui alla mensa anche un mio compagno di scuola, ma non si chiede mai cos'è successo»

La testimonianza dei volontari e delle volontarie Caritas impegnati tra accoglienza e cucina: «Tra gli italiani molto pudore a mostrare le proprie difficoltà»

L’anima della mensa Caritas sono i volontari. Come la cuoca Monica Bravi, che viene qui ogni venerdì, da due anni. «Ho sempre fatto volontariato - spiega lei stessa -, già da quando andavo alle scuole medie. In precedenza mi sono trovata in una cooperativa di disabili al lavoro nelle serre, al “Telefono Amico” per sei anni, soccorritrice in ambulanza per quattro. Ora ho cercato qualcosa di meno impegnativo per il fisico e la Caritas mi ha dirottato qua. A Brescia, dove vivevo, avevo già cucinato e prestato il mio tempo in un dormitorio». Cosa “guadagna” un volontario? «La soddisfazione personale, dare una mano mi fa star bene, mi sento utile e non spreco il tempo, qua c’è bisogno di un aiuto sempre, anzi, servirebbero forze fresche».

L’ha affiancata, come aiuto cuoca, Marisa Maffi. A completare la squadra odierna altre due aiuto-cuoche e due persone ai servizi. Marisa dal 2018 è una pensionata: viene due volte alla settimana, a pranzo e cena. «Prima accudivo mio padre, che poi è mancato. Dal gennaio 2020 sono venuta in Caritas. Pensavo già di fare qualcosa nel volontariato, ne parlai con un amico che opera al dormitorio della Caritas una volta al mese. Sono portata per la cucina e inoltre abito qui vicino alla mensa, quindi ho instaurato un bel rapporto con gli ospiti, perché li vedo stazionare nei dintorni».

Marisa spesso si ferma con loro a bere il caffè e a conversare quando è nei paraggi di via san Vincenzo. «Durante la pandemia preparavo i sacchetti che venivano distribuiti in via Giordani dalla Caritas». Alla sera, secondo la volontaria, c’è un po’ più di trambusto alla mensa. L’alcol influisce sul comportamento serale? «Non lo so, però noto che i più giovani sono maggiormente scalmanati nelle ore serali». Venire qui cosa le offre? «Mi sento gratificata, si è formata una bella squadra, ci frequentiamo anche fuori. Capisco che non sia facile, soprattutto per gli studenti e i lavoratori, però sarebbe bello se arrivasse qualcuno di nuovo a darci una mano».

Nelle ore della colazione e del pranzo è più facile trovare pensionati. Lavoratori e studenti, alla sera. C’è anche qualche tirocinante inviato dal Comune, oppure giovani del servizio civile. Possono passare in cucina anche persone destinate ai “lavori socialmente utili” o destinati alla “messa alla prova”. Di norma circa una ottantina di persone ruotano nei turni. Dal lunedì al venerdì le squadre sono fisse, nel weekend variano.

I volontari non s’impegnano solo in cucina. Mauro Segalini, da dieci anni in Caritas, viene tutti i venerdì, e anche qualche mercoledì, al servizio d’accoglienza, l’anticamera per accedere ai pasti. «Mi ci ha portato un amico, è un impegno, ma non così impattante come si può pensare. I volontari che svolgono il servizio di dormitorio svolgono un ruolo più faticoso, bisogna dormire fuori casa». Mauro, che nella vita professionale è un commercialista, tiene i conti per noi. «Oggi a pranzo arriveremo a 80 ospiti, stasera penso che saremo 60. Abbiamo fatto dei periodi in cui toccavamo 130 a pranzo e 90 a cena. Ma capire il perché di questi flussi non è semplice».

All’accoglienza si è in prima linea: spesso tocca dire di no a qualcuno, che non ha i requisiti per accedere, o che in precedenza è stato “espulso” per alcuni comportamenti non idonei. «Quando qualcuno alza la voce o dà in escandescenze - prosegue - molto spesso sono gli altri ospiti a riportare la situazione sui giusti binari». L’occasione più pericolosa in dieci anni di attività qui? «Una donna tirò fuori le forbici quando ero di turno. In questi casi non resta che chiamare le forze dell’ordine e sperare che arrivino presto, soprattutto quando gli utenti litigano tra loro».

La povertà più estrema può toccare tutti. «Non riguarda solo gli stranieri. Io qua, un giorno, mi sono trovato un compagno di scuola. Non chiedo a nessuno “come mai sei qua, perché?”. L’unico dubbio ce l’ho quando vedo alcuni giovani finire da queste parti: non sai mai se si tratta di “poca voglia”. Qualcuno è stato disincentivato a impegnarsi nella società».

Al fianco del commercialista Segalini c’è un’altra volontaria, Danila Pagani. Dopo anni in cucina e al dormitorio da qualche mese la si vede all’accoglienza. «La differenza tra stranieri e italiani - espone il suo punto di vista - è che i secondi hanno molto pudore nel mostrare le proprie difficoltà. Lo riscontro anche in parrocchia, alla Santissima Trinità: i pacchi di alimentari vengono consegnati per lo più a stranieri, ma so bene che molte famiglie italiane sono seguite “in privato”, non alla “luce del sole”, perché in condizioni di povertà. Semplicemente non vogliono palesare la situazione, perché soffrono».

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