Cronaca

«Colpito al volto con un sasso nel corteo. Alcuni manifestanti non volevano che facessi foto»

Tribunale blindato nella mattina del 6 settembre per la seconda udienza del processo nei confronti del modenese Lorenzo Canti e del torinese Giorgio Battagliola accusati del pestaggio in via Sant'Antonino del brigadiere capo del V Battaglione Bologna, Luca Belvedere, e di aver preso parte in maniera rilevante al corteo antifascista del 10 febbraio scorso

«Ho percepito molta adrenalina, ma non ho visto gli scontri e il pestaggio. Ho visto lanciare solo magliette e bottigliette». È una parte della testimoninanza di uno dei testi chiamati dalla difesa a deporre per il processo istruito in seguito ai violenti scontri avvenuti nel febbraio scorso al corteo antifascista. Tribunale blindato nella mattina del 6 settembre per la seconda udienza del processo nei confronti del modenese Lorenzo Canti e del torinese Giorgio Battagliola, accusati del pestaggio in via Sant'Antonino del brigadiere capo del V Battaglione Bologna, Luca Belvedere, e di aver partecipato in maniera rilevante al corteo dello scorso 10 febbraio. Davanti al collegio presieduto dal giudice Gianandrea Bussi (a latere Laura Pietrasanta e Ivan Borasi) e al pm Emilio Pisante, si sono presentati i due imputati con gli avvocati Sabrina Prosperi (foro di Bologna) e Claudio Novaro (foro di Torino). Il terzo imputato, l'egiziano del Si Cobas, aveva scelto il rito abbreviato ed era stato condannato a 4 anni e otto mesi. 

I TESTI - Sono stati ascoltati due testi chiamati dall'accusa e tre dalle difese. Il primo a parlare è stato un maresciallo dei carabinieri del nucleo informativo di Bologna chiamato dai colleghi piacentini nelle ore successive agli scontri per analizzare i video e i fotogrammi che potevano ritrarre alcune persone in trasferta dai centri sociali di Bologna. Il militare in aula ha riconosciuto Lorenzo Canti in più momenti, ma anche altre persone attive nell'ambiente antagonista bolognese. Il secondo teste, un fotografo freelance, ha dichiarato che «sullo Stradone Farnese sono stato infastidito da tre o quattro persone che non gradivano che scattassi foto, e così mi sono spostato. In via Landi ho assistito al contatto fisico tra gli agenti del reparto mobile della polizia e i manifestanti e allo spostamento del mezzo dei carabinieri in piazza Sant'Antonino, infine, contestualmente allo sfondamento della linea dei carabinieri, sono stato colpito allo zigomo da un sasso. Mi sono spaventato, ho cercato aiuto e mi sono allontanato».

Si è poi passati ai testimoni della difesa. Per primo è stato sentito un amico di Giorgio Battagliola che non era al corteo il 10 febbraio, ma che ha parlato con il 29enne attivista No Tav al rientro a Bussoleno (Val di Susa), dove entrambi abitano. «Mi ha detto che erano stati girati video, che aveva paura di essere stato inquadrato e che c'erano stati alcuni scontri con le forze dell'ordine», ha dichiarato. Tuttavia, il pm Pisante ha poi letto una sua precedente dichiarazione nella quale l'amico raccontava come Battagliola avesse paura di essere arrestato perché era coinvolto negli scontri ed era riconoscibile. L'amico ha poi riferito di un possibile pedinamento a Bussoleno: «Camminavo con Giorgio quando entrambi abbiamo avuto la sensazione di essere seguiti, avevamo visto più volte in diversi punti della passeggiata persone che non conoscevano e non del posto, ma Giorgio non ha mai fatto accenno di voler lasciare la Val Susa».

Anche una donna presente al corteo ha raccontato la sua versione. «Mi trovavo a Piacenza per la prima volta e per seguire il corteo antifascista per conto del portale Info Out, avrei scattato foto e fatto video. Non conoscevo il percorso, ma girava la voce che si volesse raggiungere la neonata sede di CasaPound, anche se la manifestazione nasceva per protestare contro il ferimento di alcuni migranti a Macerata, in seguito all'omicidio di uno straniero (in realtà il 30 gennaio era stata uccisa e fatta a pezzi la 18enne romana Pamela Mastropietro, ndr). Già nel piazzale della stazione», ha proseguito, «si percepiva tensione, non sapevo che passando per viale Sant'Ambrogio si arrivasse rapidamente alla nuova sede di CasaPound ma probabilmente il corteo si è spostato con la volontà quindi di non rispettare il percorso deciso con la questura». Della tensione iniziale e dello schieramento a sinistra e non a destra, ossia in direzione Piazzale Milano e non verso via La Primogenita, è stato riferito da quasi tutte le parti ascoltate. «Credo che ci siano state almeno un migliaio di persone (le stime della questura si attestano a circa 400-500 persone ndr)». Alla donna sono state fatti vedere fotogrammi e immagini dove si è riconosciuta, nella testimonianza le è stato chiesto dove si trovasse di volta in volta. «In via Landi», ha aggiunto, «ho visto un poliziotto con un atteggiamento molto provocatorio, facendo teatro da dieci anni, conosco il linguaggio del corpo: lui provocava, non cercava di calmare i manifestanti. In piazza Sant'Antonino (dove dove concludersi il corteo ndr) c'era attesa e tensione: si era intavolata una trattativa con i dirigenti e funzionari della questura per poter passare in via Sant'Antonino. Ho visto spostare il mezzo dei carabinieri e ho assistito a una mala gestione della piazza e della situazione. Una volta sfondato il cordone dei militari, io mi sono riparata nell'ingresso di un palazzo».

Per ultimo ha parlato un ragazzo di Bologna, arrivato a Piacenza con Canti per la manifestazione: «Il corteo si è subito mosso molto rapidamente, troppo, per la mia esperienza, e ho visto nelle prime file tanti giovani. Ad un certo punto dello Stradone Farnese tutti i partecipanti hanno deviato il percorso, passando in massa in via Landi». Dichiarazione constestata dal pm Pisante: «Non risulta che sia andata così». Poi gli scontri con il reparto mobile della polizia, il lancio di fumogeni, le strade bloccate e il ritorno obbligato sullo Stradone e l'arrivo in piazza passando per via Giordani. «Lì», ha raccontato l'ultimo testimone, «ho visto poche forze dell'ordine, rispetto al numero dei manifestanti. Io mi trovavo nel mezzo quando ci si è incanalati verso via Sant'Antonino e quando è degenerato, ho sentito una spinta provenire dal fondo e siamo andati tutti avanti correndo, come per uscire da una sorta di imbuto, come se si avesse paura che i poliziotti potessero chiuderci. Ho avuto la sensazione che volessero andare in un posto ben più visibile per protestare, considerato anche che il centro era affollato. Ho percepito molta adrenalina ma materialmente non ho visto gli scontri e il pestaggio, ho visto lanciare solo magliette e bottigliette».

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