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Rubavano mezzi per il movimento terra in Italia per usarli in cantieri pubblici in Albania

Hanno rubato sei mezzi per il movimento terra dai cantieri italiani per utilizzarli in quelli albanesi con un ricavo milionario e con la complicità di alcuni imprenditori italiani: disarticolato dai carabinieri di Fiorenzuola e Villanova un importante e potente sodalizio criminale albanese

Uno dei mezzi rubati, nell'altra immagine da sinistra il maggiore Biagio Bertoldi, il sostituto procuratore Matteo Centini e il maresciallo Enrico Savoli

Hanno rubato mezzi per il movimento terra dai cantieri italiani per utilizzarli in quelli albanesi con un ricavo milionario e con la complicità di alcuni imprenditori. I carabinieri di Villanova, guidati dal maresciallo Francesco Cutuli e quelli del Norm di Fiorenzuola del maresciallo Enrico Savoli, hanno disarticolato un'importante associazione per delinquere composta da quattro albanesi che si servivano di due imprenditori e un broker (che manteneva i contatti) italiani (due lombardi e un bolognese). Nei mesi hanno rubato sei mezzi per il movimento terra finiti poi in Albania, precisamente a Vlore dove venivano utilizzati nei cantieri edili del capo della banda, un 47enne, a sua volta titolare di due aziende vincitrici di importanti appalti pubblici nel suo Paese, per la costruzione di strade.  Le indagini, coordinate dal sostituto procuratore Matteo Centini sono sfociate nell'operazione Digger e nell'emissione di 7 misure cautelari firmate dal gip Stefania Di Rienzo. Tutto è iniziato a Villanova - spiega il maggiore Biagio Bertoldi - dove i carabinieri hanno trovato nel luglio del 2018 un Caterpillar parcheggiato sotto il portico di una cascina di proprietà di un ignaro piacentino. Dai primi accertamenti hanno scoperto la modifica del numero di telaio e della punzonatura e successivamente hanno ricostruito, tramite intercettazioni e pedinamenti, l'intera filiera criminale che trovava risorse e contatti da un contesto delinquenziale composto da figure del settore edile e della compravendita di mezzi pesanti. 

IMG_3581-2Il capo della banda si aggirava di notte insieme alla moglie nei pressi di importanti cantieri, sceglievano i mezzi da rubare e poi facevano intervenire i due tecnici, loro connazionali, che si preoccupavano di prelevarlo fisicamente e successivamente di modificarloper renderlo non più rintracciabile. A quel punto entravano in azione gli italiani che emettevano fatture false e bolle di accompagnanemento artefatte: il gioco era fatto. I mezzi rubati (Komatsu, Caterpillar e Manitou) venivano poi imbarcati ad Ancona e partivano alla volta dell'Albania. Dal furto all'esportazione passavano al massimo, spiegano, 48 ore. In tutto alla banda vengono imputati sei colpi per circa due milioni di euro, tuttavia due mezzi sono stati recuperati e restituiti ai proprietari: uno è quello trovato a Villanova (luogo deputato per lo scambio prima di essere imbarcato), l'altro invece è stato intercettato in autostrada a Modena grazie al gps: in quel contesto i militari hanno arrestato i due manovali albanesi alle dipendenze della coppia di connazionali. I colpi sono stati messi a segno a Dalmine (Bergamo), Rudiano (Brescia), Tortona (Alessandria) e Fonte Vivo (Parma). Gli indagati, nove in tutto di cui uno al momento però scarcerato, sono accusati a vario titolo di associazione per delinquere, riciclaggio, ricettazione e furto e autoriciclaggio. Uno degli imprenditori italiani era finito nella maxi indagine contro la 'ndrangheta, Aemilia. 

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