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Giovedì, 2 Dicembre 2021
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«Cosa accade se un agente usa la sua arma contro un pericolo? Un bel calvario di spese legali e guai professionali»

Dibattito sicurezza dopo il grave episodio avvenuto in piazza Cavalli, intervista al segretario regionale del Siap Sandro Chiaravalloti: «Continue richieste di rinforzi servono solo a ottenere visibilità e non risolvono il problema nella sostanza»

«Il famoso detto "meglio un brutto processo che un bel funerale, è andato a farsi benedire. Ormai si preferisce rischiare la vita che un processo». Lo afferma senza mezze misure il segretario regionale del sindacato di Polizia Siap Sandro Chiaravalloti, piacentino, al quale abbiamo chiesto un parere "da addetto ai lavori" dopo il grave fatto accaduto l'altra notte in piazza Cavalli, e alla luce del conseguente dibattito sulla questione sicurezza a Piacenza che si è venuto a creare.
Tanti ad esempio invocano per le forze di polizia l'utilizzo lecito del famoso taser, la pistola elettrica, strumento operativo e non letale che all'estero è ampiamente utilizzato dalla polizia (in Italia è stato sperimentato per alcuni mesi in diverse città, e successivamente accantonato) e che ha dimostrato di essere spesso risolutivo in contesti simili a quello che si è venuto a creare in piazza a Piacenza, con uno squilibrato in mezzo alla strada armato di coltello pronto a ferire chiunque. Sul tema del taser ad esempio, il Siap era già intervenuto il girono dopo (leggi qui l'articolo) ma il segretario Chiaravalloti aggiunge ora: «Quelli che sono contro il taser, i ben pensati, affermano che se lo usi contro qualcuno che magari è affetto da patologie cardiache, potrebbe causarne la morte. Intanto però fa niente se può ammazzare un poliziotto, e se questo per fermarlo rischia poi di essere incriminato».
Parlando quindi di regole di ingaggio, chiediamo allora cosa accade invece se un agente dovesse sparare a un uomo, come in questo caso, armato di coltello e violento.

«Qualsiasi cosa fai sbagli - spiega - e anche se la fai benissimo, se dovessi usare l’arma e uccidere un delinquete armato che ti punta un’arma (potrei citare tantissimi casi), arriva subito l’avviso di garanzia, l’atto dovuto, e inizia il calvario, in quanto sei indagato per l'omicidio o il tentato omicidio di una persona armata, mica per aver rubato delle galline. Ma la gente non sa che mentre si è indagati, devi anticipare di tasca tua le spese legali, e lo Stato, con la sua burocrazia tutta italiana, se ti va bene ti anticipa qualcosina. Intanto il processo va avanti, con il tuo misero stipendio devi anticipare altre spese, casomai vieni trasferito o mobilitato ad altri incarichi e, se sono state effettuate delle proposte premiali per altre operazioni, vengono tutte sospese. Insomma, tutto va a impattare sulla carriera, e quindi anche sullo stipendio. E, mentre continui ad anticipare altre spese legali, se sei sposato e con figli devi privare la tua famiglia di tante cose, e trascorri notti insonni che nessuno ti restituirà. Con i tempi del processo possono passare anni e anni. Intanto, le spese legali aumentano e anche se sei convinto della tua innocenza, l’incertezza del futuro ti distrugge, ti annienta. Perché non sai mia come va a finire. Sei fortunato se alle spalle hai genitori che ti sostengono economicamente».
Prosegue Chiaravalloti: «Ci sono colleghi che sono arrivati a spendere sessantamila euro di spese legali per poi, dopo tutto il calvario, essere assolti, ma nessuno ti restituirà tutto quello che hai passato umanamente - tu e la tua famiglia - e tutto quello a cui hai rinunciato, anche professionalmente. Poi, finito il processo e se ti è andata bene (cosa che non è affatto scontata), richiedi il rimborso delle spese, che logicamente non arrivano subito, ma con tempi dell'amministrazione e dello Stato».

«Se spari ad una persona armata sei un assassino - dice il segretario del Siap - se usi la forza e casomai, proprio per non fargli del male, lo si fa in più persone, lo stai torturando, mentre se lo fai da solo e sei costretto a usare più forza, sei un violento. Qualcuno deve decidersi. Ma sia ben chiaro, e mi rivolgo ai ben pensanti, che non difendo in nessun caso alcun collega che ha usato metodi violenti, inopportuni e ingiustificati. Per questi chiedo il licenziamento e la galera perché non fanno danno solo alla democrazia, ma a tutti i colleghi che operano con professionalità». 

«Oggi i colleghi, in assenza di moduli operativi normati e senza strumenti di difesa passiva (taser, scudi appositi, ecc) hanno paura perché qualsiasi cosa fanno, è sempre strumentalizzata e di conseguenza non va mai bene nulla. C’è chi dice no a tutto in nome dei sacrosanti diritti umani; ma quasi sempre, da queste persone, non provengono nemmeno soluzioni o proposte concrete. Queste tutele spesso vanno oltre i diritti umanitari del delinquente, e finiscono per essere disumane nei confronti degli operatori di polizia».

Cosa ne pensa del dibattito che si è venuto a creare? «Come avevo previsto, si è accesa la discussione sul tema sicurezza nella città di Piacenza e noto con piacere alcune prese di posizione, ma non ne condivido altre che appaiono scontate e che puntano alla visibilità e non alla sostanza. Invece di richiedere leggi e norme adeguate, strutture di detenzione, punizioni severe ed rieducative che rendano inconveniente delinquere e mettere in condizione la magistratura di operare con celerità e in condizioni ottimali, si continuano a invocare e richiedere rinforzi, carri armati, contraerei, caccia bombardieri e chi più ne ha più ne metta. Fate pure, proponete cose che fanno bene alla visibilità e non all’essere. Continuiamo a favorire l’accoglienza sconsiderata di clandestini, continuiamo a pensare che speronare una imbarcazione dello Stato, con parlamentari a bordo, è possibile; continuiamo a pensare che sputare addosso a un poliziotto non è reato grazie all’introduzione di leggi decise da quella politica sin troppo garantista; continuiamo a credere che chi si arresta non paga, fate pure. Intanto i colleghi in strada ci sono, ci saranno sempre a difesa dei cittadini, pronti a rischiare la vita anche per evitare un processo». 

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