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La Ricci Oddi della neodirettrice: «Subito al lavoro con scuole e istituzioni della città»

Tessere un rapporto con Piacenza e nuovi apparati didattici tra le priorità di Lucia Pini: «Klimt va cavalcato, ma bisogna evitare il rischio di “appiattimento” della galleria su questa icona, c’è tanto da valorizzare»

Lucia Pini

«Il rapporto con la città va tessuto da subito, iniziando a lavorare con le scuole e tutte le altre istituzioni, penso ai musei, ma anche ai teatri e al Conservatorio, a pochi passi dalla galleria». Sinergia e progettazione comune sono termini ricorrenti nella “bozza di programma” di Lucia Pini, classe 1964 e neodirettrice della galleria d’arte moderna Ricci Oddi. A pochi giorni dalla nomina e nell’attesa di insediarsi ufficialmente in via San Siro, la finora conservatrice del Bagatti Valsecchi risponde alle domande sulle prospettive rivolte al nuovo incarico - «lo desideravo molto, ma i concorrenti erano tutti di livello e non osavo sperarci troppo» - e sui primi passi da compiere lungo il percorso di “revisione” e rilancio della galleria, a partire dall’esperienza trasversale coltivata nella Casa museo milanese.

Quale sua competenza pensa abbia colpito la commissione? «Vengo da una realtà bellissima, ma abbastanza piccola, dove non c’era di fatto un direttore operativo e questo mi ha costretta a maturare competenze anche di taglio più gestionale, come le trattative istituzionali o l’attivazione degli sponsor tecnici, che solitamente non fanno parte del bagaglio più classico del conservatore; credo che questo abbia giocato a mio vantaggio».

Da “spettatrice” che visione aveva della Ricci Oddi e che impatto ne ha avuto oggi? «Ne avevo un ricordo molto affettuoso. Anni fa ad una mostra in cui era esposto anche il Gerolamo Induno della galleria ho avuto il piacere di conoscere l’allora direttore Stefano Fugazza, che nel 2003 mi aveva invitata a tenere qui una conferenza. Ero rimasta molto colpita dalla bellezza della collezione, dall’architettura del luogo e da questa incredibile armonia con la città. La meraviglia è rimasta intatta, il museo - senza direttore dal 2009 - ha inevitabilmente delle fragilità e ha bisogno di cure e di attenzione».

Il presidente Fernando Mazzocca ha evidenziato quanto sia decisiva l'impronta della direzione per la rinascita del museo, una responsabilità pesante? «Una responsabilità enorme, perché è un museo splendido, che deve dialogare a livello nazionale e internazionale e ha tutte le carte in regola per farlo, ritrovando l’eleganza e la chiarezza che sono anche perfettamente in linea con l’architettura di Arata. Trovo sgradevole criticare ciò che è stato fatto prima, parlo quindi con spirito costruttivo, pensando a un visitatore non addetto ai lavori, che ora non sarebbe adeguatamente accompagnato nella visita dagli apparati didattici. È importante dare risalto alla storia del fondatore e alla sua identità, senza le quali manca una chiave di lettura fondamentale delle opere».

È pensabile una “musealizzazione” della galleria stessa? «La ritengo auspicabile, credo che sia molto importante dare consapevolezza a chi arriva che anche l’edificio è un pezzo prezioso. Ci sono altre strutture nate per ospitare collezioni che poi però si sono rivelate poco adatte alle esigenze di un museo moderno, questa è un’architettura che regge il tempo in maniera meravigliosa.

Quali sono le priorità? «Innanzitutto una verifica degli impianti e poi un lavoro di riordino e di maggior chiarezza degli apparati didattici e della leggibilità di alcune stanze della galleria, ad esempio quella di Fontanesi, che appare molto affollata. Poi il rapporto con la città va tessuto da subito, iniziando a lavorare con le scuole e tutte le altre istituzioni; credo che la dimensione di una città come Piacenza si presti molto a queste sinergie e al lavoro di squadra. Per prima cosa mi piacerebbe quindi presentarmi agli altri colleghi, ai “vicini di casa” e confrontarmi su cosa fare insieme».

Passando a “Ritratto di signora”, come pensa di procedere? «Ritengo sia mio dovere e indispensabile assecondare e portare a compimento la programmazione già stabilita per l’opera, da qui in poi ci metterò anche del mio. È un dipinto meraviglioso e Klimt è un’icona della storia dell’arte, quasi tutti ne hanno sentito il nome o hanno in mente alcune delle sue immagini, va cavalcato, ma credo si debba stare attenti a non “appiattire” troppo su quest’opera la galleria, perché c’è tanto altro da valorizzare, e mi permetto di dire che prima o poi mi piacerebbe che il ritratto riprendesse a dialogare con il resto della collezione».

Quali autori ha in mente? «All’inizio sarebbe il caso di puntare su proposte non troppo sofisticate, l’Ecce Puer di Medardo Rosso, che ora ha un’incredibile visibilità internazionale potrebbe essere un’ottima partenza, ma penso anche ad Armando Spadini, molto famoso fino al secondo dopoguerra, pittore complesso culturalmente ma con una leggibilità semplice, che può parlare a livelli diversi. Le mostre sono importanti, ma un museo non è solo esposizioni temporanee, sta in piedi con un paziente lavoro di tessitura quotidiana e vita ordinaria».

Progetti a cui servono più forze? «C’è stata un’intenzione di rilancio forte, ma è chiaro che bisogna lavorare per rendere lo staff più nutrito e sulle risorse economiche. A mio avviso credo sia velleitario pensare che sia solo il pubblico a sostenere i musei, se mi guardo attorno non vedo molte realtà di questo tipo. Bisogna trovare supporter, creare alleanze, il tema della sostenibilità della galleria non può essere ignorato».

Pensa di trasferirsi a Piacenza? «Mi insedierò nei prossimi mesi, ma ciò non toglie che al di là dell’investitura formale, inizi da subito a prendere contatto con la realtà. Non escludo e anzi ritengo probabile avere un punto d’appoggio qui, penso sia importante respirare l’aria della città e radicarsi, non mi permetto di aggiungere “diventare piacentina”, ma spero prima o poi di poterlo dire».

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