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Giovedì, 9 Dicembre 2021
Attualità Ferriere

Partigiano, maestro elementare e poi ristoratore: «Cucino a 96 anni per passione»

Giuseppe "Pino" Fumi, fondatore de "Le Querce di Rocca" è stato maestro elementare dopo l'esperienza nella Resistenza piacentina: «Il mio primo incarico a Canadello, in una scuola troppo piccola. Trasportai i banchi sui buoi a Rocconi». Ogni frazione di montagna nel Dopoguerra pullulava di studenti: «A Centenaro novanta in età scolare, a Rocca quaranta»

Una vita lunga e avventurosa quella di Giuseppe Fumi, chiamato da tutti “Pino”. In gioventù partigiano, poi maestro elementare e, nell’età della pensione, ristoratore. Ai fornelli ancora oggi, all’età di 96 anni, per aiutare la figlia e il genero, nella gestione del ristorante “Le Querce di Rocca” a Ferriere, che lui stesso aprì con la moglie Rosa, nei locali dell’ex scuola, oltre quarant’anni fa.

Pino Fumi-4

Primo di undici fratelli, il signor Pino è venuto al mondo nel giugno del ’25. «Quando sono nato – riporta ciò che gli è stato raccontato - gli assistenti al parto decretarono che sarei morto il giorno dopo, ma sono arrivato alla bella età di 96 anni!». Il padre aveva una salumeria in città, vendeva generi alimentari. Pino studia al ginnasio nel seminario vescovile di via Scalabrini. Poi i fascisti lo mandano - controvoglia - insieme ad altri studenti ad un “campo Dux”. «Ci preparavano per il servizio militare, andai sulla spiaggia di Pesaro a montare e smontare dei motori. Una mattina spariscono tutti gli ufficiali: Mussolini era caduto. Tornammo in treno a Piacenza in camicia nera e tutti ci guardavano male». I tedeschi poi occuparono la città e a Fumi arrivò la cartolina di precetto per la Repubblica di Salò. «Non aderii - racconta - abitavo in via Alberoni e vedevo le i soldati italiani incolonnati per essere spediti in Germania. Provavo rancore per questo».

LA RESISTENZA

Decise di darsi alla macchia, nascondendosi un po’ a San Rocco al Porto, un po’ in città. «Mi davano la caccia. Mi nascosi perfino nella cripta di San Savino, grazie al parroco don Francesco Arfini. Un giorno mi controllò per strada la “Decima Mas”: chiesero i documenti, dissi che li avevo lasciati in casa, entrai e scappai dal retro con una bici, diretto verso l’area boschiva del Po».

In seguito ad alcune minacce rivolte al padre, Pino si presentò. In via provvisoria dovette lavorare al centro automobilistico di via Emilia Pavese, poi nell’artiglieria tedesca della caserma di Sant’Antonio. «Mi ammalai seriamente, venni ricoverato all’ospedale militare. Senza quel problema di salute sarei sicuramente finito in Germania». Finita la convalescenza è arruolabile, ma riesce a scappare a Rivergaro. Qui conosce il noto partigiano "Paolo", Alberto Araldi. «Comandava una brigata, sono stato con lui fino al rastrellamento. Facevo tutti i servizi: guardia, vedetta, posti di blocco». Gli spostamenti di Pino sono variegati: Scarniago e Pigazzano di Travo, Montechiaro di Rivergaro. «Una notte ospitai nel mio nascondiglio Emilio Canzi e altre due persone».

Araldi poi riunì i partigiani della zona, durante i rastrellamenti, sul monte Osero, sopra Bettola: fu il “rompete le righe”, ognuno doveva cercarsi un posto al riparo. «Così andai da solo a Biana di Pontedellolio, poi a Montechino di Gropparello». Era l’Epifania del ’45. «Mi hanno preso i mongoli, nevicava tantissimo, c’era oltre un metro di neve. Ma si sono distratti, inseguendo altri partigiani, e riesco a scappare». Pino torna a Biana, dove c’erano la madre e gli altri nove fratelli (l'undicesimo è nato dopo la Guerra). «I tedeschi bussarono alla porta e mi nascosi sotto ad un letto, neanche quella volta mi presero. Sono sempre stato fortunato».

Il partigiano risale la Valnure e approda in Valdaveto, nei dintorni di Costa e Curletti. «Trovai Ginetto Bianchi, organizzammo un gruppo dell’Alta Valnure, con base a Le Moline di Farini. Divenni commissario di questa brigata. Per ordini superiori, mi spostai di nuovo a Perino, in Valtrebbia. Finché ormai era fatta: era tempo di scendere in città, la Liberazione di Piacenza era imminente. Purtroppo proprio durante gli ultimi giorni perdemmo due uomini della nostra brigata valnurese».

Su un argomento Fumi non ammette discussioni: la Resistenza non coinvolse solo i comunisti. «Anzi, nel Piacentino, tra i combattenti, erano una minoranza. Io sono un esempio, ma c’erano tanti altri cattolici, gli studenti della Fuci, i liberali che si sono impegnati. In città la Liberazione venne festeggiata da una fiumana di persone, ma in montagna eravamo in pochi a combattere».

DOPO LA GUERRA DIVENTA MAESTRO ELEMENTARE

Termina la Guerra, che fare ora? «Non avevo un diploma – prosegue Pino - presi l’abilitazione magistrale. Cominciai a fare supplenze da insegnante alle elementari. Conquistai il ruolo nel ’48 e scelsi come primo incarico Canadello di Ferriere e Rocconi». Poi fu la volta di un’altra frazione del ferrierese, Cerreto Rossi, poi Piacenza. È andato in pensione alla fine del ’79: «regalarono alcuni anni di lavoro ai combattenti».

Fumi ha ricoperto diversi incarichi sociali: presidente del movimento dirigenti e maestri di Azione Cattolica, consigliere d’amministrazione dell’ospedale civile, direttore provinciale del patronato scolastico. Collaborava anche con le scuole serali dell’Enaip. Senza dimenticare la passione per la politica: «Ero nella Dc, nella corrente dei morotei».

È davvero strano confrontare il passato con l’attualità. Piccoli paesi di montagna che oggi contano 5 residenti, avevano una scuola. «Erano fortunati i maestri e le maestre – ricorda Pino - che avevano la scuola con l’appartamento. Lo stipendio non permetteva di viaggiare, si era costretti a vivere all’osteria. Gli uomini mollavano il mestiere, non riuscivano a mantenere l’intera famiglia con quello stipendio. Per quello che c’erano tante maestre donne». A Pino questo mestiere, però piace troppo. Così non intende rinunciare al ruolo. «Sono andato in Valcamonica a gestire un albergo per sette anni, da luglio a settembre, a Edolo e Cevo, per arrotondare».

Era insegnante anche la moglie, Rosa Liliana Del Vecchio, con la quale ha avuto tre figli (e dieci nipoti). «Lei aveva fatto una supplenza a Centenaro nel ‘49-‘50. Beh, a quei tempi a Centenaro c’erano 90 bambini in età scolare con tre maestre. A Rocca in 40 alle elementari. In tutti i paesi era così, ora sono rimasti in pochi i residenti e i bambini sono rari».

Pino Fumi negli anni '50-2

RICORDI DI SCUOLA IN MONTAGNA

Come capitò ad insegnare in Valnure? «Amavo questa zona, c’erano dei posti liberi nella vallata, scelsi quello disponibile più vicino al capoluogo». Era Canadello. Ma Fumi è uno che non le manda a dire se c'è qualcosa che non funziona. «Sono subito andato a far presente al Comune che avevano delle “classi pollaio”, erano in troppi in uno spazio ristretto. Per questo mandavano i supplenti a queste latitudini, così non si lamentavano...».

Ma il signor Pino quando si pone un obiettivo, poi lo deve raggiungere. «Spostai la scuola da Canadello a Rocconi, trasportando i banchi su buoi, in uno spazio più grande, con una piccola stanza per dormire. Lo Stato non ci pensava a fornire strutture adeguate nelle frazioni. Facevo fatica a dormirci io in queste stanze, dopo essere stato per giorni e giorni nelle stalle durante la Guerra. Figuriamoci delle “signorine” al primissimo incarico…Infatti si facevano ospitare dalle poche famiglie che avevano qualche posto letto in più».

Fumi ricorda che per i docenti di ruolo era obbligatorio cambiare residenza. «Senza che lo sapessi – rammenta - mi cancellarono all’anagrafe di Piacenza per trasferirmi a Ferriere». «I trasporti – prosegue con gli aneddoti - non erano comodi: non c’erano neanche le strade! Sono state realizzate negli anni ’50, sia la statale per Selva, che quelle che dal capoluogo vanno a molte frazioni, come il Mercatello o Pertuso, o Casaldonato. Nei cantieri impiegarono i disoccupati. I comuni di montagna mettevano il materiale e lo Stato pagava le ore di lavoro, era una sorta di contributo per la disoccupazione».

Un episodio descrive il caos della scuola del Dopoguerra. «Un “primo giorno di scuola” venne una maestrina toscana. Non sapeva neanche dove fosse Ferriere: chissà come capitò lì. Mi incaricarono di accompagnarla a Casaldonato alla sua cattedra. Perdeva il posto di ruolo se rinunciava all’incarico. Era ottobre, pioveva, lei era riottosa: come facevo a convincerla a resistere in quel luogo? Arrivati a Casaldonato, si sedette su una pietra all’inizio del paese e si mise a piangere. Disse che voleva subito tornare a casa sua. La scuola all’epoca era anche questo».

LA SCUOLA DI ROCCA CADE A PEZZI: NASCE IL RISTORANTE “LE QUERCE”

Quando il signor Pino va in pensione, decide di aprire il ristorante a Rocca. «Al patronato veniva spesso l’allora sindaco di Ferriere, Giuseppe Caldini, proponendomi di acquistare l’ex scuola del paese, finita all’asta. Nessuno la voleva, il bando Pino Fumi al ristorante-2andava deserto. “La scuola di Rocca è messa male – disse - più aspettiamo e più va in rovina. Con la liquidazione da insegnante l’ho comprata. Era davvero un rudere». Il locale apre al termine del ’79. «Facevamo tutto io e mia moglie», precisa Pino. Purtroppo la signora Rosa scompare nel 2009. Nel ristorante entra la figlia Maria Daria, che dava già una mano, con il marito Camillo. “Le Querce” è aperto in estate e nei weekend. «Durante la settimana sto a Piacenza – spiega Pino – e nel fine settimana vengo in montagna. Purtroppo in questo paese le porte delle case a ottobre si chiudono per mesi e mesi. Abbiamo tanti francesi qui d'estate, mi piace molto conversare con tutti quelli che vengono in Alta Valnure».

Com’è nato il nome del locale? «Fu il critico cinematografico Giulio Cattivelli a suggerirlo, anche se propose di chiamare il locale “Il Quercioli”. A me non piacque molto, lo modificai nelle “Querce di Rocca”». Alle 6.30 Pino è già in cucina a dare una mano. «Aiuto mia figlia, mi piace preparare le verdure e tutto quello che c’è da mettere in pentola, insegno i vecchi trucchi per rendere saporiti i piatti, è una passione».  

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